La nascita e l’origine delle arti marziali cinesi, più che in ricche corti o in sterminati campi di riso, si fa tradizionalmente risalire -nella maggior parte degli stili- ai templi buddhisti.
Ciò deriva non solo dalle cronache di ribellioni e contrasti fomentate o portate avanti in prima persona dai monaci di monasteri particolarmente potenti, ma dalla stessa natura dei templi.
I monasteri furono rifugio per soldati di ogni rango e classe sociale, dopo le disfatte militari infatti alcuni soldati si rifugiavano nei templi buddhisti in cerca di riparo e portavano inevitabilmente con sé le proprie conoscenze, questo ha permesso di creare o anche solo di trasmettere tecniche con le armi più disparate: dalla sciabola della fanteria al palo, che altro non è che una lancia a cui è stata tolta la punta.
Alle conoscenze di questi fuggitivi va unita l’esperienza di esercizio fisico che già era stata introdotta nei templi buddhisti da affiancare alla pratica della preghiera giornaliera e dell’elemosina.
La mitica diaspora dei monaci fuggiti dal tempio Shaolin in fiamme, nel sud della Cina, ha portato una crescita ulteriore nel panorama delle tecniche e conoscenze marziali tra i secoli 1700 e 1800.
Si può affermare in un certo senso che l’influenza maggiore del buddhismo sul kung fu sia l’esserne stato rifugio e albergo, averne condizionato e dettato metodi di allenamento e di sviluppo, nonché averne definito l’approccio morale volto al costante perfezionamento di sé e del proprio spirito. Si può anche aggiungere che la leggendaria distruzione del tempio shaolin del sud abbia innescato e favorito la disseminazione e proliferazione degli stili, punti di vista, approcci che sono giunti fino a noi.
– Alessio G.
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