Nel corso della normale pratica del Kung Fu ci affacciamo a un mondo molto distante dal nostro, non solo in termini geografici ma anche di pensiero e di tempo. Questa distanza pone sfide e problemi nell’interpretazione di concetti a noi difficili da interiorizzare e comprendere appieno, sui quali però si fondano importanti concetti della pratica marziale, e a volte interi stili.
Il Qi ad esempio, concetto già presente in Confucio, viene ripreso nel Taoismo, e confluisce nella pratica marziale sotto forma di energia vitale o interna. Ciò che razionalmente più si avvicina al Qi, e che già ne era l’elemento associato negli scritti confuciani, è il respiro: con una buona e corretta respirazione noi possiamo far fluire la nostra energia nel corpo durante la pratica e imparare a eseguire le tecniche in maniera efficace.
Altro concetto è il flusso di Yin e Yang: questi due termini definiscono una serie infinita di opposti in cui al negativo si frappone il positivo, alla notte il giorno, al duro il morbido, senza un giudizio qualitativo ma quantitativo-sostanziale. Quindi ogni azione ha e deve avere una componente dell’uno e dell’altro per essere completa, ad ogni azione dominata da Yang ne segue una dominata da Yin; così quando un braccio colpisce l’avversario l’altro braccio torna indietro, quando mi apro devo poi chiudermi, salgo per poi scendere, frappongo il morbido al duro e il duro al morbido, se inspiro devo poi espirare.
Infine, a influenzare fortemente le arti marziali tradizionali, è l’unicità del Tao, della Via: il kung fu degli allievi sarà sempre diverso da quello dei loro maestri. Nella stessa scuola e nella stessa palestra, tre diversi allievi di uno stesso maestro interpreteranno o potranno interpretare le tecniche in maniera diversa, sia la differenza del risultato sottile o evidente.
– Alessio G.
“La via che può essere detta non è la Via” – Laozi
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